Responsabilità degli enti: a 20 anni dall’introduzione del D. Lgs. 231/2001 è tempo di bilanci

Abstract

Si appresta a compiere 20 anni uno dei provvedimenti legislativi che più di altri hanno rivoluzionato il recente diritto penale: il D. Lgs. 231/2001 (avente ad oggetto la “disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridiche a norma dell’art. 11 legge 29 settembre 2000, n. 300) con il quale, come è noto, il Legislatore ha abbandonato il tabù del “societas delinquere non potest” e ha introdotto nel nostro ordinamento un modello generale di responsabilità da reato da reato degli enti collettivi.

Se, da un lato, il tema della responsabilità degli enti continua a rappresentare un argomento di grandissimo interesse per aziende e consulenti, dall’altro, a venti anni dalla sua introduzione, si registrano criticità e aspetti da riformare.


 

A ormai due decenni dall’entrata in vigore D. Lgs. 231/2001 è tempo di bilanci.

È opinione condivida tra gli operatori del diritto – e, in particolare, della responsabilità degli enti – che i benefici introdotti dal D. Lgs. 231/2001 superino di gran lunga le (pur esistenti) criticità che all’interno del medesimo decreto vengono ravvisate.

Ci si riferisce – quando si parla di benefici – al percorso di ammodernamento aziendale e attenzione alla cultura della legalità che il Legislatore ha voluto perseguire nel 2001 e che, in questi anni, ha portato alla adozione, da parte di numerose aziende (per lo più di grandi dimensioni) di Modelli organizzativi, protocolli e sistemi di compliance interni.

Non è, però, tutto oro quel che luccica.

Al di là della criticità relativa ad una applicazione ancora non uniforme (per usare un eufemismo) della normativa su tutto il territorio nazionale – vi sono, infatti, Procure della Repubblica presso le quali la materia della responsabilità degli enti è quasi un argomento sconosciuto – possono essere individuati diversi aspetti sui quali gli interpreti da tempo puntano il dito invocando un intervento legislativo o giurisprudenziale che contribuisca a far chiarezza.

Ci si riferisce, in particolare, all’esistenza di una serie di aree o di istituti del D. Lgs. 231/2001 i quali appaiono – a detta di molti – caratterizzati da un eccessivo deficit di tassatività, che non risulta essere stato colmato negli anni dalla giurisprudenza.

Si pensi, tra i tanti argomenti, al tema – centrale – rappresentato dall’elusione fraudolenta del modello prevista dall’art. 6 (rubricato “Soggetti in posizione apicale e modelli di organizzazione dell’ente”) che rappresenta, da anni, argomento di discussione in dottrina e giurisprudenza.

Si pensi, ancora, alle numerosissime questioni che ruotano intorno al tema dell’Organismo di Vigilanza, figura assolutamente centrale nel sistema 231, alla quale, però, il relativo Decreto Legislativo non dedica che alcune battute (e sul quale, inevitabilmente, il compito di colmare le lacune è rimesso agli interpreti).

Si pensi, infine, ad una serie di istituti sui quali si registrano accesi contrasti in giurisprudenza che non contribuiscono a generare fiducia negli operatori e nei destinatari della normativa (a partire dalle imprese: dalla possibilità di ammettere alla “messa alla prova” le società alla possibilità di costituirsi parte civile nei confronti delle stesse; dalla natura dell’atto di contestazione nei confronti degli enti (decisiva ai fini della prescrizione dell’illecito amministrativo) fino alla necessità di un coordinamento – da molti invocato – tra alcuni strumenti che consentono di escludere la punibilità del privato (ad esempio, in tema di reati tributari) e il fatto che la responsabilità della società non sia invece esclusa per i medesimi fatti.

Ciò chiarito, all’interno del “sistema 231” un ruolo centrale lo continua a rivestire, come è noto, il catalogo dei reati presupposto, all’interno del quale il Legislatore elenca, in maniera tassativa, le fattispecie di reato in grado di comportare una responsabilità della persona giuridica.

Come è noto, tale catalogo ha subito, negli anni, continui interventi legislativi volti ad ampliare tale catalogo introducendo, di volta in volta, nuove fattispecie di reato, l’ultima delle quali è rappresentata dai reati di contrabbando.

Tutto ciò è avvenuto coerentemente con la scelta volutamente «minimalista» operata dal Legislatore del 2001: in quell’occasione – si legge nella Relazione allo schema di Decreto Legislativo – si scelse di ricomprendere nella iniziale versione del catalogo dei reati presupposto pochissimi reati (tutti dolosi) giustificandola come segue: «poiché l’introduzione della responsabilità sanzionatoria degli enti assume un carattere di forte innovazione nel nostro ordinamento, sembra opportuno contenerne, per lo meno nella fase iniziale, la sfera di operatività, anche allo scopo di favorire il progressivo radicamento di una cultura aziendale della legalità che, se imposta ex abrupto con riferimento ad un ampio novero di reati, potrebbe fatalmente provocare non trascurabili difficoltà di adattamento».

In questo scenario, il 2° modulo della Masterclass dedicato alla responsabilità degli enti (a cura dello Studio Pistochini Avvocati) sarà finalizzato ad analizzare le principali novità, soprattutto sul versante giurisprudenziale, con riferimento ad alcune specifiche famiglie di reati presupposto: i reati contro la Pubblica Amministrazione (art. 25), i reati societari (art. 25-ter), gli abusi di mercato (art. 25-sexies), i reati di terrorismo (art. 25-quater) e quelli di riciclaggio (art. 25-octies).

Numerose, e complesse, le questioni giuridiche che le famiglie di reato appena citate pongono in ottica 231.

Quanto alla prima – ricomprendente reati che facilmente si prestano ad essere realizzati nell’interesse o a vantaggio dell’ente – basti pensare alle novità introdotte dalle riforme dell’ultimo decennio (dalla “Legge Severino” alla cd. “Spazzacorrotti”) che sono intervenute sull’impianto del codice penale oltre che sullo stesso D. Lgs. 231/2001.

Quanto all’ultima – anch’essa avente ad oggetto reati collocabili nello schema classico degli illeciti dolosi finalizzati ad ottenere un profitto illecito – basti pensare alla tematica del “doppio reato presupposto” e del rispetto principio di legalità (art. 2) o alle più recenti questioni giuridiche quali la possibilità di far rientrare nella nozione di “attività economiche o finanziarie” (rilevante, ad esempio, per la fattispecie di “autoriciclaggio”) gli investimenti in moneta virtuale come i Bitcoin.

Oltre ad analizzare le singole fattispecie di reato – mettendone in evidenza gli aspetti più significativi, soprattutto in ottica 231 – nella lezione ci si soffermerà sull’individuazione delle relative aree di rischio e sui sistemi di controllo preventivo indispensabili nella fase di realizzazione e aggiornamento dei Modelli 231.

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Foto di Stampanoni Bassi Guido

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