Profili di incostituzionalità del Jobs Act

In data 16 luglio 2020 la Corte costituzionale ha emesso la sentenza n.150/2020 con cui ha nuovamente sancito l’incostituzionalità del meccanismo delle così dette “tutele crescenti” introdotto nel 2015 con il Jobs Act.
Questo sistema prevedeva una modalità di calcolo dell’indennità risarcitoria dovuta al lavoratore in caso di vizi formali del licenziamento determinata esclusivamente sulla base dell’anzianità di servizio nella misura di 2 mensilità per ogni anno di servizio.
Il limite originariamente era tra 4 e 24 mensilità, poi portate a 6 e 36 dal Decreto Dignità.

La sentenza n.150/2020 segue la 194 del 2018 che aveva già stabilito l’incostituzionalità del medesimo criterio di quantificazione con riferimento ai vizi sostanziali del licenziamento.

La questione di costituzionalità era stata sollevata originariamente nel giugno 2017 e la Corte ha poi confermato con la sentenza n.194 del 2018 la illegittimità costituzionale dell’art. 3 comma 1 del Decreto legislativo n. 23 del 2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti nella parte che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato commisurandola solo all’anzianità di servizio.
Questa disposizione prevedeva un risarcimento di 2 mensilità per ogni anno di servizio, con un minimo di 4 ed un massimo di 24.
Il successivo Decreto Legge n.87/2018, detto “Decreto dignità” ha aumentato il range da 6 a 36; riservando la reintegrazione a casi a pochi casi di eccezionale gravità tra cui in particolare i licenziamenti discriminatori.

Secondo la Corte Costituzionale la previsione di un’indennità così configurata, crescente solo in ragione della anzianità di servizio del lavoratore, è contraria ai principi di ragionevolezza e uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli art. 4 e 35 della nostra Costituzione e preclude qualsiasi discrezionalità valutativa del giudice, che invece era prima esercitabile
L’esiguità dell’indennità non soddisfa inoltre il bilanciamento dei contrapposti interessi in gioco imposto dal criterio di ragionevolezza

Inoltre la previsione di un’indennità in misura particolarmente modesta, fissa e crescente solo in base all’anzianità di servizio non costituisce adeguato ristoro per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 ingiustamente licenziati, viola il principio di uguaglianza e con esso l’art. 3 della Costituzione, differenziando ingiustificatamente tra vecchi e nuovi assunti.

Principi simili sono stati espressi anche dalla recente sentenza della Corte costituzionale del 16 luglio 2020 n. 150 con riferimento questa volta all’art. 4 del decreto legislativo 23 del 205 che disciplina il caso di recesso illegittimo per vizi di forma o procedura.

 

Per effetto di queste due pronunce, in sintesi è stato cancellato il Jobs Act senza che, peraltro, siano state emanate nuove norme che i Giudici possano applicare in sostituzione di quelle dichiarate incostituzionali.
Ciò non ha impedito tuttavia che le cause di merito giungessero a sentenza e che i Tribunali si trovassero a dover sindacare la legittimità dei licenziamenti e, nel caso, stabilire comunque l’entità dei risarcimenti.

Il Tribunale di Bolzano con la sentenza del 2 maggio 2019 uniformandosi ai principi espressi dalla Corte nel 2018 ha stabilito che l’indennità risarcitoria vada quantificata tenendo conto in primo luogo dell’anzianità di servizio (che rimane dunque il riferimento principale) e degli altri criteri desumibili in chiave sistematica dalla evoluzione della disciplina limitativa dei licenziamenti: numero dei dipendenti, dimensioni dell’attività economica, comportamento e condizioni delle parti.
Applicando questi principi, il licenziamento è stato dischiarato illegittimo e in un range fra 4 e 24 mensilità, il datore di lavoro è stato condannato a pagare 6 mensilità in ragione delle dimensioni aziendali e del comportamento del lavoratore, sempre sostanzialmente corretto.

Il Tribunale di Cosenza, con la sentenza 234 del 20 febbraio 2019 nel caso di una società con meno di 15 dipendenti, ha portato a 2 le mensilità di risarcimento in virtù del comportamento tenuto dal ricorrente nel corso del procedimento disciplinare e dei principe espressi dalla Corte per cui il risarcimento basato solo sull’anzianità potrebbe non costituire adeguato ristoro, né efficace dissuasione dall’attuare un licenziamento illegittimo.

Analogamente, in caso di società con meno di 15 dipendenti, il Tribunale di Sassari in data 29 gennaio 2019 n.14 ha tenuto conto della particolare offensività derivante da un provvedimento espulsivo assolutamente non giustificato ed ha stabilito il risarcimento in due mensilità.

Il Tribunale di Roma in data 23 novembre 2018 n.9079 ha molto chiaramente scritto: “la tutela risarcitoria non può essere ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio . Non possono che essere molteplici i criteri da offrire alla prudente discrezionale valutazione del giudice … La discrezionalità del giudice risponde infatti all’esigenza di personalizzazione del danno subito, pure essa imposta dal principio di uguaglianza. La previsione di una misura risarcitoria uniforme indipendente dalle peculiarità e dalla diversità delle vicende si traduce in un’indebita omologazione di situazioni che possono essere e sono nell’esperienza concreta diverse.”

Infine il Tribunale di Alessandria in data 29 novembre 2018 (n.282) ha accertato l’illegittimità del licenziamento per violazione del principio di proporzionalità ed ha stabilito l’entità del risarcimento tenendo conto anche delle ridotte dimensioni della società resistente, del fatto che la violazione seppur non giustificava l’espulsione, avrebbe comunque potuto motivare altra sanzione conservativa incidente sulla retribuzione.
In ragione di queste argomentazioni il risarcimento è stato limitato a tre mensilità.

I giudici si sono quindi riappropriati dei margini di discrezionalità da sempre loro attribuiti nella determinazione dell’indennità risarcitoria, con utilizzo non solo del criterio dell’anzianità di servizio, ma anche dei parametri ricordati dalla Corte quali la gravità della condotta, il numero degli occupati, le dimensioni dell’azienda, il comportamento e le condizioni delle parti.

La Cassazione ha specificato che l’anzianità di servizio resta comunque la base di partenza della valutazione, ma il Giudice potrà, con apprezzamento motivato, valorizzare criteri desumibili dal sistema che concorrano a rendere l’indennità aderente alle particolarità del caso concreto.
Tra essi: la gravità della violazione, il numero degli occupati, le dimensioni dell’impresa, il comportamento e le condizioni delle parti.

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Floris Marcello

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