La disciplina delle Controlled Foreign Companies (CFC)

La disciplina delle controlled foreign companies (“CFC”) di cui all’art. 167 del TUIR, così come riscritta dall’art. 4 del D.Lgs. 142/2018 (“Decreto ATAD”) prevede, a determinate condizioni, l’imputazione diretta (anche in assenza di effettiva distribuzione) dei redditi prodotti da imprese, società od enti residenti o localizzati all’estero in capo ai soggetti controllanti residenti fiscalmente in Italia.

In particolare, per quanto concerne i soggetti controllanti, la nuova normativa CFC si applica alle persone fisiche e giuridiche fiscalmente residenti nel territorio dello Stato italiano, nonché alle stabili organizzazioni ivi localizzate di soggetti residenti all’estero che detengono il controllo di soggetti non residenti.

Il requisito del controllo risulta verificato:

  1. qualora il rapporto tra il soggetto residente ed il soggetto non residente rientri nel disposto dell’art. 2359 del cod. civ. (i.e. controllo di diritto; controllo di fatto, controllo contrattuale, anche tramite società fiduciaria o per interposta persona); ovvero
  2. qualora il soggetto residente detenga una partecipazione che gli dia diritto ad oltre il 50% degli utili del soggetto non residente. Tale requisito può essere verificato anche tramite partecipazione indiretta (mediante una o più altre società controllate ai sensi dell’art. 2359 cod. civ.), tramite società fiduciaria od interposta persona. Secondo quanto precisato dalla relazione illustrativa al Decreto ATAD, in caso di partecipazione indiretta, la percentuale di partecipazione agli utili è determinata tenendo conto dell’eventuale demoltiplicazione prodotta dalla catena societaria partecipativa.

Con riferimento invece ai soggetti controllati, rientrano nella disciplina in esame le imprese, le società e gli enti residenti all’estero, nonché le stabili organizzazioni all’estero dei soggetti controllati non residenti e le stabili organizzazioni all’estero di soggetti residenti che abbiano optato per il regime della branch exemption (di cui all’art. 168-ter del TUIR), quando, cumulativamente:

  1. tali soggetti subiscano una tassazione effettiva nello Stato di residenza od insediamento inferiore alla metà di quella che avrebbero subito qualora fossero stati residenti o localizzati in Italia; ed
  2. oltre un terzo dei proventi complessivi di tali soggetti esteri sia composto da passive income o dalla fornitura infra-gruppo di beni e/o servizi a basso valore aggiunto.

Qualora tutti i requisiti su elencati siano rispettati e la normativa CFC trovi applicazione, il reddito del soggetto non residente viene rideterminato secondo le regole del TUIR ed imputato al soggetto controllante residente in Italia, in proporzione alla propria quota di partecipazione. Tale reddito è soggetto a tassazione separata con l’aliquota media applicata sul reddito del soggetto residente e, comunque, non inferiore all’aliquota ordinaria dell’imposta sul reddito delle società (i.e. 24%).

Dalla tassazione per “trasparenza” in applicazione della normativa CFC, consegue l’irrilevanza reddituale degli utili successivamente distribuiti dai soggetti controllati non residenti. Ciò, naturalmente, fino a concorrenza dei redditi già attribuiti ed assoggettati a tassazione separata.

Infine, il soggetto controllante italiano può (anche a seguito della presentazione di interpello) disapplicare la normativa CFC qualora sia in grado di dimostrare che il soggetto controllato non residente svolga nel proprio Stato di residenza o stabilimento “un’attività economica effettiva, mediante l’impiego di personale, attrezzature, attivi e locali”.

Grilli Stefano

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